Coronavirus: il nuovo paradigma ed il compito dell’Europa

Dalle aggregazioni di massa (nei centri commerciali, negli stadi, nei trasporti, nei concerti, nelle piazze) all’individuo. Dagli assembramenti al social distancing. E’ paradossale che proprio dalla Cina comunista, dove la libertà individuale è annullata dentro il concetto marxista della coscienza come “essere sociale”, sia partito un virus destinato a trasformare la vita sociale mondiale in un insieme di vite individuali distinte e distanti. Basta leggere il recente articolo di Erin Bromage, biologo ed immunologo presso l’Università di Massachusetts (USA), per capire come il coronavirus cambierà le nostre abitudini. Egli spiega che se si entra in una stanza di piccole dimensioni dove una persona positiva ha appena starnutito, c’è il rischio di rimanere infetti dopo aver fatto qualche semplice respiro. Nel caso di una riunione di lavoro il rischio è ancora più alto, perché parlando si emettono fino a dieci volte i droplet (microgoccioline) che circolano respirando in silenzio. Le particelle virali in questo caso sarebbero circa 200 al minuto e potrebbero essere quindi sufficienti pochi minuti per infettare il proprio interlocutore. Bromage cita anche un’analisi fatta in un ristorante dove una persona, che chiameremo Bob, che non sapeva di essere infetta, era a tavola con 9 amici per 90 minuti. Bob rilasciava nell’aria i droplet con la normale respirazione e questi erano poi trasportati da destra a sinistra dal sistema di ventilazione del ristorante. Dopo una settimana dalla cena la metà delle persone a tavola con Bob ha sviluppato i primi sintomi. Sono rimaste infette anche 3 persone su 4 che si trovavano sottovento e altre 2 che si trovavano al tavolo sopravento.

Di fronte a queste analisi, scientificamente molto accreditate a livello mondiale, ci accorgiamo che siamo di fronte non ad un semplice cambiamento ma ad un vero e proprio nuovo paradigma. L’economia pre covid è destinata ad essere sconvolta per fare il posto ad un nuovo assetto. E non è in ballo solo lo smart working, il lavoro dal computer di casa. Il contante, in quanto fattore di contagio, è destinato a sparire. Gli alberghi si stanno attrezzando con tappeti igienizzanti, termoscanner e il servizio in camera sostituirà il buffet nella sala ristorante. Il commercio sarà quasi completamente digitale. I negozi faranno sempre più da showroom e ci sarà un boom di temporary shop dove vedere i capi per ordinarli poi on line. Già alcune marche, come Diesel e Ovs, offrono camerini digitali per simulare la prova di un abito senza indossarlo mentre applicazioni innovative prenderanno le nostre misure per verificare come ci sta. Molti posti si creeranno nel mondo dell’informatica e in quello, per esempio, delle consegne a domicilio. Ma centinaia di migliaia, anche milioni di persone che oggi godono della cassa integrazione in aziende che fino ad ora non hanno potuto licenziare, perderanno il lavoro. Perché le aziende dove lavoravano , avendo perso dal 20 al 40% del fatturato, e soprattutto grandi quote del mercato, riapriranno ridimensionate o non riapriranno più.

Di fronte a questo cambio di paradigma l’Italia, che di turismo, di ristorazione, di aggregazioni e di export internazionale principalmente vive, e che per questo ha subito il contagio maggiore per la pandemia, non può essere lasciata sola dall’Europa. Gli Stati Uniti, a seguito della pandemia, hanno subito messo in campo 2mila e 200milioni di dollari per milioni di americani. Hanno messo in circolo moneta. Il Governo inglese non sta avendo difficoltà a finanziare costi imprevisti come il piano di conservazione del lavoro e l’ingente taglio alle bollette dei britannici perché la Banca d’Inghilterra è disponibile a stampare sterline. Questi Stati, insomma, in una situazione di emergenza non esitano a stampare moneta per difendere le proprie famiglie ed i propri cittadini.

L’Italia non può più stampare moneta come prima perché non ha una Banca centrale. Ma potrebbe farlo l’Europa, senza per questo rischiare un’impennata di inflazione, perché i prezzi crescono se scarseggiano prodotti nel mercato, ma nel mercato europeo i prodotti non mancano, ciò che scarseggiano sono gli acquirenti, sono gli euro. Basta pensare al drammatico crollo del mercato dell’auto.

Gli Stati Uniti, dopo la seconda guerra, hanno aiutato l’Europa a ricostruirsi, con il Piano Marshall, con finanziamenti a fondo perduto, non con prestiti a Paesi già gravati dalla povertà. La Polonia, insieme alla Germania dell’Est, è stata ricostruita con i finanziamenti europei a fondo perduto, non con prestiti che non avrebbero potuto sostenere. E oggi Varsavia è una città meravigliosa, vitale e ricca, come lo è la vecchia “Berlino Est”.

Nella drammatica situazione odierna, l’Europa sa bene che appesantire ulteriormente con ulteriori prestiti le imprese ed il debito italiano già gigantesco spianerebbe la strada ad un ulteriore declassamento delle agenzie di rating che obbligherebbe tutti gli investitori istituzionali a vendere i nostri titoli, comprese le banche italiane. E’ questo che vuole l’Europa? La fine dell’Italia, della seconda manifattura d’Europa, del Paese più bello del mondo? Dell’Italia che è il terzo contributore netto dell’Europa e che all’Europa ha dato molti più soldi di quelli che ha preso? Il MES, il fondo salva stati, non serve se continua ad appesantire il nostro debito. Il recovery fund, lo strumento a cui a Bruxelles stanno pensando per arginare la crisi, non serve se non sarà a fondo perduto, con una finalità precisa: consentire alle famiglie più in difficoltà di sopravvivere alla crisi, consentire alle imprese di avere il tempo di riconvertirsi al nuovo paradigma economico imposto dal virus. E in questo senso, non servono solo gli euro stampati dalla Banca Centrale Europea. Servono anche le conoscenze che l’Europa possiede e che con le imprese d’Europa, di tutta Europa, dovrebbe condividere. L’altra strada è quella della concorrenza fiscale sleale che il Lussemburgo e l’Olanda fanno agli altri Paesi europei costretti a perdere le loro aziende. L’altra strada è quella di fingersi europei a Bruxelles e poi trescare a Berlino o a Parigi per comprare le imprese e i tesori italiani a quattro soldi. L’altra strada è fare all’Italia e alla Spagna quello che è stato fatto alla Grecia.

Domenico Crocco

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