Il virus Corona e il vaccino del Cuore

Il virus Corona non ha fermato tutto il mondo. Solo il mondo umano. Ogni mattina il sole continua imperturbato a sorgere. Le piante continuano a fiorire. Il ragno continua a tessere la sua tela. I pesci continuano silenziosi a nuotare. Solo noi uomini siamo bloccati negli alveari urbani di cemento, più o meno grandi, sottratti alla luce, in cui ci siamo imprigionati. Non vediamo più il cielo, non vediamo più il mare, non vediamo più il verde dei prati. Abbiamo addirittura paura dell’aria. Proprio noi, che impavidi abbiamo sottomesso tutto il resto del mondo naturale ed animale alla nostra potenza, siamo ora condannati a vivere nella paura. Di uscire. Di parlare. Addirittura di respirare. Il virus corona non ha ucciso solo centinaia di migliaia di povere vittime di ogni Nazione e di ogni colore. Ha ucciso anche la nostra tracotanza. La nostra Hybris.

Nell’antica Grecia, nella Grecia di Eschilo, la Hybris era l’orgogliosa tracotanza che porta l’uomo a presumere della propria potenza e fortuna e a ribellarsi contro l’ordine costituito, sia divino che umano. E questo atto di ribellione viene immancabilmente seguito dalla vendetta o punizione divina, la Tìsis. Nell’Antico Testamento la storia umana viene inaugurata da un atto di ribellione. Adamo ed Eva, che pur godevano di tutte le gioie del Paradiso, si ribellano al loro Creatore mangiando il frutto proibito della conoscenza. E la storia del popolo eletto, da quel momento, si dipana come un infinito alternarsi di miracoli divini e punizioni, di doni magnanimi e di carestia, di profetici regali e di condanne, per punizione, alla schiavitù. Con l’unico fine, del Signore, di educare nel corso della storia quella meravigliosa creatura che da un lato assomiglia tanto al Suo Creatore che in lei si compiace ma che allo stesso tempo, per orgoglio e superbia, gli disubbidisce.

Nella Genesi Dio affida all’uomo la custodia del mondo. Non lo rende padrone. Ma custode. Il filosofo tedesco Arnold Gehlen, nel volume L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, definisce l’uomo come un essere carente. Vuol dire che l’uomo non è come il leone, che è adatto in modo istintuale e naturale alla foresta. Non è come il pesce, che è adatto in modo istintuale e naturale al mare. Non è come il pinguino, che è adatto in modo istintuale e naturale al ghiaccio. L’uomo è un “essere disadattato”, che non ha cioè sviluppato una risposta adattiva specifica ad un determinato ambiente. Ma la sua intelligenza, che non ha pari nel mondo naturale, lo ha reso incredibilmente capace di adattarsi ad ogni tipo di ambiente. Il leone e la scimmia non sopravvivono al Polo Nord. L’uomo è invece stato capace, con la sua straordinaria intelligenza, ad adattarsi ai ghiacci come alla foresta, finanche, come i pesci, al mare.

Ma proprio questa straordinaria risorsa, la sua intelligenza, lo rende spesso orgoglioso e superbo. Il leone rispetta l’ordine naturale costituito nella foresta, come la scimmia ed i pesci del mare. L’uomo invece non si è accontentato di diventare, grazie al dono ricevuto della sua intelligenza, custode del resto della natura. Se ne è fatto, troppo spesso, padrone. Dimenticando la sua essenziale limitatezza, ha sterminato foreste ed animali, ha trasformato gli altri suoi simili in schiavi, a Babilonia come ad Auschwitz.

Ha trucidato santi, martiri e profeti, religiosi e laici, che hanno vissuto coraggiosamente per ricordare all’essere umano i suoi limiti stigmatizzando i suoi superbi misfatti. Ha messo in croce addirittura il Figlio del Suo Creatore, dopo averlo venduto per 30 denari.

Ma quel sacrificio ci ha lasciato un dono che non muore e che, pur nelle tribolazioni della storia, sopravvive dentro ogni forma di amore. Anche oggi lo vediamo, nella Settimana Santa più sofferta ed inconsueta della nostra storia. Lo vediamo nell’infermiera che non dorme per assistere l’anziano morente. Nel medico che la sera si accascia stremato sul divano coi segni della mascherina sotto gli occhi. Nel passante che, senza farsi vedere, dona i suoi soldi al poveretto che per il virus non può lavorare e non ha da mangiare. Nel video su youtube in cui il giovane s’ingegna per riuscire a far circolare un sorriso e vincere la depressione.

Ognuna di queste forme d’amore, nel tempo dell’epidemia, è un colpo inferto alla Hybris, alla orgogliosa tracotanza dell’essere umano. Poiché ognuna di queste forme dell’amore nasce dall’umiltà, dalla consapevolezza dei propri limiti e dal rispetto per tutte le creature. E ognuna di esse è riconducibile alle parole e agli esempi di un Uomo che duemila anni fa diede la vita per noi. Ecco perché fa un certo effetto sapere che a Gerusalemme il grande portone di legno del Santo Sepolcro, in Terra Santa, è stato chiuso, per paura del contagio, come non avveniva dal 1349. E dà inquietudine che, mentre ci si affanna a trovare il miracolo nei rimedi tutti umani, nella Pasqua del 2020 l’ Autore dell’Amore resti nel buio dei tabernacoli, separato dal suo popolo, quasi fosse Lui la causa del contagio e non, invece, la soluzione.

Domenico Crocco

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