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Lavoro dignità e futuro

Quando, in questa fase di trattative per formare un governo, le foschie e i personalismi si saranno diradati, la politica metterà al primo posto della sua agenda il tema che più ha determinato le scelte elettorali: il lavoro.

Accanto al tema della sicurezza, il messaggio forte proveniente dalle urne è l’urlo di dolore degli elettori del Sud che hanno opposto il consenso ai 5 Stelle alla inadeguatezza delle politiche governative per il Sud. Ma il reddito di cittadinanza, così come pubblicizzato in campagna elettorale, non è proponibile per due motivi: primo perché non è immediatamente legato al lavoro e per questo non pare accettabile, neanche moralmente, dalla parte produttiva del Paese; secondo perché aprirebbe una voragine nei conti dello Stato. Ma i tanti che, nel Sud, hanno votato 5 Stelle, hanno innanzitutto votato per il diritto ad un lavoro. Ed allora quello che andrebbe fatto è favorire questa aspirazione legittima senza per questo favorire il diritto alla pigrizia ed all’assistenzialismo inoperoso. Come? Si tratta di passare dal reddito di cittadinanza al lavoro di cittadinanza. I mezzi informatici rendono oggi possibile la creazione di un data base dove si possono incontrare offerta e domanda di lavoro. Se questo data base fosse attivato scopriremmo, ad esempio, che, nel Nord Est, alla Polidoro di Schio, alla Itema di Colzate ed alla Streparava di Adro c’è la caccia ai neodiplomati perché non si trovano tecnici, operai ed ingegneri. La ripresa, al Nord, ha fame di lavoratori che non si trovano. Mentre il Sud ha fame di posti di lavoro che non riesce a trovare. Un semplice data base, che non è oggi a disposizione del singolo lavoratore e che il Ministero del Lavoro potrebbe fornire, incrocerebbe domanda ed offerta agevolando l’occupazione. E’ evidente che chi rifiuta un lavoro così trovato, non merita alcun reddito. E solo nei casi in cui il database non fornisce il giusto incrocio, si può pensare ad un reddito temporaneo, immediatamente legato alla frequentazione di una attività di apprendistato o di formazione al lavoro, o ad un lavoro socialmente utile, a livello locale. Mai però essere pagati per non far nulla: questo più che reddito di cittadinanza sarebbe elemosina di Stato che non ha nulla a che fare con la dignità.

Ma trovare lavoro per il Sud non deve significare necessariamente emigrare al Nord o all’estero. Il nuovo Governo dovrebbe occuparsi di rilanciare la quota di investimenti pubblici al Sud che, rispetto al totale Italia, è passata dal 40% del 2000-2002 al 37% del 2016. Dovrebbe eliminare tutti i lacci e lacciuoli burocratici che bloccano gli investimenti. Dovrebbe imparare a spendere i soldi europei destinati al Sud, poichè l’Italia è finita al quartultimo posto tra i 27 Stati membri. E dovrebbe agevolare le imprese del Sud ad esportare, visto che spesso creano prodotti meravigliosi ma non riescono a commercializzarli. Non è più possibile che il Sud esprima il 24% del PIL ma meno del 10% dell’export. Ed allora vale la pena di moltiplicare per cento il piano export per il Sud che l’Istituto Commercio con l’Estero (ICE) varò qualche anno fa. Perché piani come questo consentono al Sud di liberare il suo talento. E il talento genera occupazione, autostima e vera dignità. Il reddito senza lavoro è anche redito senza dignità e continuerebbe a generare depressione e degrado, morale e materiale.

L’altro aspetto che merita urgenza è un dibattito alto e operativo, che potrebbe vedere protagonista il CNEL, sulla trasformazione del lavoro che, per questo, necessita di una direttrice che faccia leva su una nuova scuola, una nuova università ed una nuova formazione.

A Luton, nel nord di Londra, Amazon, colosso del commercio elettronico, ha già aperto un centro di distribuzione merci dove gli automi hanno sostituito le braccia e le gambe umane. Niente più magazzinieri nelle corsie che corrono a sistemare gli oggetti negli scaffali, per poi riprenderli e spedirli in qualche parte del mondo a chi li ha ordinati on line. A Luton sono gli stessi scaffali che si muovono autonomamente, scartano, girano su se stessi, vanno a destra e a sinistra, spostando con movimento sincronizzato tonnellate di merce acquistata al computer. Nelle prossime settimane, Amazon inaugura altri tre centri di distribuzione automatizzati in Europa: in Germania, in Polonia e a Passo Corese, in provincia di Rieti.

Sempre Amazon, lo scorso dicembre, ha effettuato la prima consegna con un drone. Un signore inglese sorridente ha aperto il pacco di 2,5 kg recapitatogli da un disco volante direttamente in giardino e, per la prima volta, non trasportato dall’uomo.

Ancora: le grandi case automobilistiche stanno per mettere sul mercato modelli di auto che si guidano da sole. Attendono solo le regole governative ma sono ormai sul nastro di partenza. L’altro giorno Ford ha sperimentato nel Michigan autovetture senza guidatore che consegnano pizze ai clienti, i quali si limitano a digitare un codice sul display esterno alla vettura e prelevano la margherita o la capricciosa che viene mantenuta calda da uno speciale dispositivo.

Siccome tutto questo non è il futuro ma è ormai il presente, una politica che si rispetti si interroga. Che fine faranno, a breve, milioni di magazzinieri, di camionisti, di operatori della logistica, di tassisti, di autisti, di pony express e via dicendo? Come regolare le nuove frontiere del lavoro favorendo la massima accessibilità alle nuove professioni? Come reimpostare scuola e università per stare al passo con questa rivoluzione tecnologica? Come favorire la riqualificazione di chi sarà costretto ad abbandonare il vecchio mestiere ormai occupato dalle macchine ma non è ancora pronto per le nuove occupazioni?

Sono queste le domande che stimola la quarta rivoluzione industriale. La prima si è avuta nel 1784, con la nascita della macchina a vapore e la meccanizzazione della produzione. La seconda, nel 1870, è stata provocata dalla produzione di massa grazie all’elettricità, al motore a scoppio ed all’utilizzo del petrolio come nuova energia. La terza si è avuta nel 1970 con la nascita dell’informatica e la nuova era digitale. La quarta è quella a cui assistiamo oggi: la rivoluzione del lavoro con la diffusione di robot ed intelligenza artificiale.

Durante l’ultimo World Economic Forum di Davos, i massimi esperti al mondo hanno calcolato che, entro il 2020, cioè praticamente domani, sette milioni di posti di lavoro andranno persi rimpiazzati dalle nuove tecnologie. Mentre due milioni di nuovi posti di lavoro verranno creati nei settori della robotica, delle nanotecnologie, della stampa 3D, della genetica e delle biotecnologie. Posti di qualità, che richiedono specializzazione e alta formazione. Come quella che possiedono i nostri migliori cervelli, troppo spesso costretti a lasciare il nostro Paese, perché incredibilmente l’Italia offre loro poche prospettive.

Domenico Crocco

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