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L’errore del Vangelo secondo Prodi

Nel suo ultimo libro, Il piano inclinato, Romano Prodi affronta il problema della crescita senza uguaglianza. E in un’intervista al Corriere della Sera, dedicata al tema, si chiede: “come fa il mondo cattolico a non condividere la necessità di lottare contro l’ingiustizia su cui si fonda lo stesso Vangelo?”. Lottare contro l’ingiustizia. Lottare per l’uguaglianza. Per secoli questa interpretazione del Vangelo ha nutrito e continua ancora a nutrire, consapevolmente o no, fazioni ideologiche, movimenti e partiti. Ma siamo proprio sicuri che l’essenza del Vangelo sia la “lotta” per l’uguaglianza e la giustizia nella distribuzione delle risorse? Gesù di Nazareth, nella sua esperienza terrena, è stato veramente un combattente per l’uguaglianza economica e sociale?

Nel suo libro su Gesù, Papa Benedetto XVI reagisce alle tesi nate negli anni Sessanta che vorrebbero un Gesù promotore di impulsi teologici e politici rivoluzionari. Secondo tali teorie Gesù, spiega Ratzinger, sarebbe da collocarsi lungo la linea del “movimento degli zeloti”, cioè di coloro che “difendono il diritto e la libertà di Israele per mezzo della violenza”. Al contrario, spiega il Papa, Gesù “lotta contro una politicizzazione della fede”.

Se poi leggiamo attentamente uno degli ultimi libri dedicati ai Vangeli, quello scritto per Mondadori da Pietro Citati, vediamo ancora che la figura di Gesù non assomiglia affatto a quella di un combattente politico. Il luogo della sua battaglia non è quello sociale ed economico ma quello delle anime. La lotta di Gesù non è quella per il reddito ma contro il male delle anime. Infatti, appena comincia a girare per la Palestina, non fa altro che, instancabilmente, compiere miracoli, guarire i malati, liberare gli indemoniati dalle ossessioni. E si dedica con amore all’anima sofferente, indipendentemente dalla sua appartenenza economica e sociale.

Nei Vangeli, spiega Citati, non troviamo mai la parola “poveri” (in greco penetes): il “povero”, nel linguaggio del tempo, era colui che non possedeva beni, ma viveva col proprio lavoro. Nei Vangeli troviamo piuttosto i ptochoi, in greco i “mendicanti”: coloro che si curvavano e si rannicchiavano per la paura, coloro che piangevano col cuore spezzato, gli affamati, gli assetati, gli umiliati, i perseguitati, i coperti di piaghe, le vedove, gli orfani, gli schiavi, i carcerati. Gli ultimi. I più sofferenti. I più bisognosi di amore.

Molti di loro, nel loro gemito di sofferenza, si rivolgono direttamente a Dio, perché sono poveri di spirito, privi di ogni consolazione e distrazione terrena. E ad essi Gesù porta innanzitutto attenzione e amore. Non li esorta a combattere per l’uguaglianza economica e sociale, ma li esorta a pregare. Il pane quotidiano va chiesto a Dio, ogni giorno, in preghiera, non è una rivendicazione sindacale.

Ugualmente il ricco, non è disprezzato da Gesù per l’abbondanza delle sue risorse, ma corretto fraternamente se, a quelle risorse, ha legato il suo cuore. Abramo era ricco. Lazzaro di Betania era ricco. Giuseppe di Arimatea era ricco. Ma nessuno di loro è biasimato per la loro ricchezza. Perché il ricco da biasimare non è l’uomo facoltoso e generoso, ma piuttosto l’avaro che lega il suo cuore al suo denaro e lo sotterra senza far fruttare i suoi talenti, senza investire il suo denaro dando lavoro ed occasioni di guadagno anche agli altri.

Gesù non dona solo elemosine ma soprattutto amore. E sa che un uomo pieno di amore e capace di diffondere questo amore può procurarsi più facilmente anche il lavoro e il danaro necessario. Gesù non cerca giustizia sociale ma la guarigione e la conversione individuale. Non parla ai portafogli ma alle anime. Non confonderebbe mai la felicità con la risalita del prodotto interno lordo.

E invece questa interpretazione economicista del Vangelo raccoglie ancora proseliti, dopo duemila anni. Gesù viene utilizzato ancora come un sindacalista rivoluzionario, che giustifica la lotta sociale, che propugna la redistribuzione del reddito e la cancellazione del debito, come il profeta che combatte contro l’ingiustizia economica e sociale.

La sedimentazione di questa maldestra interpretazione, divenuta purtroppo cultura diffusa, ha portato conseguenze gravi. La mortificazione del talento individuale, ingabbiato, non apprezzato e costretto ad emigrare. La negazione della meritocrazia, perché il pigro deve guadagnare quanto l’operoso. Il pauperismo che vorrebbe imporre il voto di povertà anche al laico che deve mantenere la sua famiglia. La dissoluzione della meravigliosa libertà individuale nella costrizione dell’ipertrofica regolamentazione statuale. La diffidenza nei confronti della libera impresa e del suo legittimo profitto. L’identificazione della figura dell’imprenditore onesto che si assume l’onere del rischio e che crea occasioni di lavoro con quella del ricco Epulone che, vestito di porpora e di bisso, banchetta lautamente davanti all’affamato mendicante ricoperto di piaghe.

Ma Gesù di Nazareth non è mai stato tutto questo. Non ha mai detto tutto questo. E basta invece leggersi i libri di Michael Novak per capire che l’autentica etica cristiana è perfettamente compatibile con la valorizzazione dei talenti, della creatività dell’impresa e con la ricchezza condivisa e guadagnata onestamente.

Domenico Crocco

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