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Il lavoro del futuro

Il lavoro del futuro

Il Governo esulta per la diffusione degli ultimi dati Istat sul lavoro: il tasso di disoccupazione sale a luglio all’11,3% ma ci sono 59mila occupati in più e 115mila inattivi in meno, mentre la disoccupazione giovanile si attesta al 35,5%.

Per l’Esecutivo questo è un segno che la ripresa è ripartita, mentre l’opposizione ridimensiona i “facili entusiasmi” per una crescita da “zero virgola”.

Ma quel che impressiona, nella politica italiana, è la quasi totale assenza di dibattito sul futuro del lavoro e di preoccupazione sulla necessità di immaginare il lavoro del futuro. Pagine e pagine di commenti e di dichiarazioni per interpretare se Alfano, in Sicilia, si allea con la destra o con la sinistra. Fiumi di parole sullo Ius soli. Interminabili bracci di ferro con la cattiva Europa che non vuole consentirci di indebitarci ulteriormente. Ma, se si eccettua qualche bozza di provvedimento sull’industria 4.0, silenzio assoluto sul destino del lavoro in un mondo in cui le macchine ormai stanno sostituendo l’uomo, stanno rivoluzionando i luoghi di lavoro , stanno asfaltando mestieri secolari e professionalità sedimentate.

A Luton, nel nord di Londra, Amazon, colosso del commercio elettronico, ha già aperto un centro di distribuzione merci dove gli automi hanno sostituito le braccia e le gambe umane. Niente più magazzinieri nelle corsie che corrono a sistemare gli oggetti negli scaffali, per poi riprenderli e spedirli in qualche parte del mondo a chi li ha ordinati on line. A Luton sono gli stessi scaffali che si muovono autonomamente, scartano, girano su se stessi, vanno a destra e a sinistra, spostando con movimento sincronizzato tonnellate di merce acquistata al computer. Nelle prossime settimane, Amazon inaugura altri tre centri di distribuzione automatizzati in Europa: in Germania, in Polonia e a Passo Corese, in provincia di Rieti.

Sempre Amazon, lo scorso dicembre, ha effettuato la prima consegna con un drone. Un signore inglese sorridente ha aperto il pacco di 2,5 kg recapitatogli da un disco volante direttamente in giardino e, per la prima volta, non trasportato dall’uomo.

Ancora: le grandi case automobilistiche stanno per mettere sul mercato modelli di auto che si guidano da sole. Attendono solo le regole governative ma sono ormai sul nastro di partenza. L’altro giorno Ford ha sperimentato nel Michigan autovetture senza guidatore che consegnano pizze ai clienti, i quali si limitano a digitare un codice sul display esterno alla vettura e prelevano la margherita o la capricciosa che viene mantenuta calda da uno speciale dispositivo.

Siccome tutto questo non è il futuro ma è ormai il presente, una politica che si rispetti si interroga. Che fine faranno, a breve, milioni di magazzinieri, di camionisti, di operatori della logistica, di tassisti, di autisti, di pony express e via dicendo? Come regolare le nuove frontiere del lavoro favorendo la massima accessibilità alle nuove professioni? Come reimpostare scuola e università per stare al passo con questa rivoluzione tecnologica? Come favorire la riqualificazione di chi sarà costretto ad abbandonare il vecchio mestiere ormai occupato dalle macchine ma non è ancora pronto per le nuove occupazioni?

Sono queste le domande che stimola la quarta rivoluzione industriale. La prima si è avuta nel 1784, con la nascita della macchina a vapore e la meccanizzazione della produzione. La seconda, nel 1870, è stata provocata dalla produzione di massa grazie all’elettricità, al motore a scoppio ed all’utilizzo del petrolio come nuova energia. La terza si è avuta nel 1970 con la nascita dell’informatica e la nuova era digitale. La quarta è quella a cui assistiamo oggi: la rivoluzione del lavoro con la diffusione di robot ed intelligenza artificiale.

Durante l’ultimo World Economic Forum di Davos, i massimi esperti al mondo hanno calcolato che, entro il 2020, cioè praticamente domani, sette milioni di posti di lavoro andranno persi rimpiazzati dalle nuove tecnologie. Mentre due milioni di nuovi posti di lavoro verranno creati nei settori della robotica, delle nanotecnologie, della stampa 3D, della genetica e delle biotecnologie. Posti di qualità, che richiedono specializzazione e alta formazione. Come quella che possiedono i nostri migliori cervelli, troppo spesso costretti a lasciare il nostro Paese, perché incredibilmente l’Italia non offre loro alcuna prospettiva.

Domenico Crocco

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