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Cosa accade in Italia quando si
presenta un’occasione di confronto,
di competizione tra partecipanti ad
esempio ad un concorso pubblico o ad
una prova collettiva d’esame? Si
mettono in campo le proprie capacità
organizzative, di preparazione
all’evento? A questi semplici
quesiti una buona percentuale di
osservatori risponderebbe che ancor
prima di conoscere la materia di
studio si cerca di “conoscere i
fatidici canali preferenziali”,
quelli che sicuramente “ti danno la
spinta giusta” per “entrare”, per
“sistemarti”. L’idea, insomma, è
che, senza le dovute conoscenze, è
meglio non provarci. Ovviamente non
si può e non si deve generalizzare.
Accanto ai soliti, a volte numerosi,
“raccomandati”, c’è chi è riuscito
eroicamente a farcela con
determinazione e sacrificio. Il
problema, però, del cercare la via
più breve, non importa se disonesta,
per affermarsi nella vita, va
analizzato, perché è foriero di
importanti conseguenze non solo sul
piano sociale, come è ovvio, ma
soprattutto sul piano personale.
Sul piano personale,infatti, a
cercare subito la raccomandazione è
chi si è arreso già in partenza e
non crede minimamente nelle proprie
possibilità. Il “talentuoso”,
invece, sa che con un esercizio
costante può potenziare senz’altro
le sue possibilità e tentare quello
che secondo i luoghi comuni è
impossibile. Se anche non dovesse
farcela avrà misurato le proprie
possibilità, alzando la propria
asticella per la prossima sfida.
Anzi, spesso, chi persegue un
cammino di questo tipo accetta gli
ostacoli conscio che prima o poi
l’obbiettivo sarà raggiunto e
mantenuto nel tempo anche perché
tutte le esperienze, le sfide, le
delusioni, i sacrifici hanno
plasmato un carattere, definito una
personalità.
Chi, invece, preferisce perseguire
la strada più facile avvalendosi di
aiuti a volte anche illeciti,
rinuncia in fondo a se stesso. Certo
potrà vantarsi di avere questo o
quell’ incarico, di essere più furbo
di altri, ma non si conosce, non può
conoscersi e quindi non sarà mai una
persona veramente libera. Sa nel
profondo di sé stesso di non
“meritare” i vantaggi di quello che
potremmo definire senz’altro un
furto nei confronti di chi ha
cercato di partecipare in modo
corretto alla competizione della
vita. Non avrà mai l’opportunità di
crescere, misurarsi, sfidarsi ed
essere quindi più felice.Sul piano
sociale, poi, si può senz’altro
parlare di sistema mafioso. Le
regole ci sono, ma valgono per gli
altri, per quelli che non sono
“sotto la protezione di nessuno”. Il
sistema s’inquina, aumenta la
sfiducia collettiva, la sensazione
di ineluttabilità del male.
Conseguenze immediate sono il senso
di assuefazione ad un qualcosa che è
radicato nel paese e le figure di
riferimento anche istituzionali
s’indeboliscono nella percezione
collettiva. La politica sembra
spesso far parte di questo circolo
vizioso, pensiamo al clientelismo
che ha radici antiche. Tuttavia
anche qui non bisogna generalizzare:
c’è chi molto faticosamente tenta di
conciliare ideali e pragmatismo in
un paradigma dove ormai si procede a
tentoni, dove la furbizia, non la
destrezza è stimata un valore. Nei
paesi anglosassoni lo studente che
copia è considerato un ladro. Da
noi è solo il più sveglio. Un
sistema di questo tipo in una realtà
globalizzata provoca come effetto
marginalizzazione e disistima.
Eppure il nostro paese avrebbe tutti
i numeri e le potenzialità per
primeggiare. Ma ha rinunciato a
credere in se stesso. Perché, viene
da chiedersi, tutti gli altri paesi,
da anni, puntano con finanziamenti e
stimoli, allo sviluppo della
formazione, della Know economy?
Forse perché in Italia il sistema
così come è strutturato non ha poi
così tanto bisogno di persone
formate adeguatamente? E davvero non
importa se poi ad eseguire
operazioni chirurgiche possono
esserci medici, per loro stessa
ammissione “fatti di cocaina” o
incompetenti in quanto vincitori di
concorsi truccati? Ogni tanto
qualche magistrato avvia qualche
megainchiesta, qualche titolo di
giornale ne dà pubblicità, ma poi
tutto ritorna ad essere come prima.
E i cervelli fuggono, i cervelli
veri, quelli che dopo aver provato e
riprovato emigrano in posti dove la
meritocrazia è ancora un valore,
dove l’intelligenza, la creatività e
il talento sono fonte di stima
sociale. Dove ci si sente utili nel
fare scienza, dove si affrontano le
sfide vere della vita, dove il
proprio sapere è anche al servizio
degli altri. E’ vero ci sono anche
cervelli che rimangono, che si
ostinano, che lavorano
caparbiamente, magari stressati,
malinconici, con pochi mezzi….già ma
questi sono eroi.
Cristina Palumbo Crocco
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