Flat Tax: ecco dove trovare i soldi

La Lega vuole assolutissimamente la Flat Tax, la “tassa piatta”. E quindi un intervento sull’Irpef, l’imposta sui redditi delle persone fisiche, che porti ad un’unica aliquota del 15% sui redditi da lavoro. Ai circa 20 milioni di italiani che oggi denunciano rediti tra i 15mila e i 50mila euro sarebbe data la possibilità di pagare di tasse solo il 15%. Una drastica riduzione del carico fiscale che, secondo i promotori della Flat Tax, porterebbe alle stesse conseguenze verificate sull’economia degli Stati Uniti con Trump: meno tasse, più investimenti privati, più occupazione, più consenso. Perfetto. Ma quanto costerebbe la tassa piatta all’Erario? Su un totale di 480 miliardi di entrate tributarie, l’Irpef ne ha garantiti allo Stato 194 miliardi. Di questi 194 miliardi, ben 110 miliardi arrivano da quei 20 milioni di Italiani che oggi denunciano redditi tra i 15 e i 50 mila euro. Se consideriamo come aliquota media pagata da questo “ceto medio” il 25%, una riduzione del 10% del loro carico fiscale equivarrebbe ad un taglio del 40% dell’imposta. Il gettito medio crollerebbe di circa 44 miliardi. Dove trovarli ? Come mantenere in equilibrio i conti dello Stato?

Le ipotesi che si fanno sono varie e tante se ne faranno nei prossimi mesi. Esclusa la patrimoniale sui redditi alti, che il presidente del consiglio Conte e i Ministri Tria, Salvini e Di Maio escludono categoricamente, si parla di giocarsi la partita delle deduzioni e detrazioni oggi consentite. In pratica il ceto medio dovrebbe scegliere: o la flat tax al 15%, o le deduzioni e detrazioni oggi consentite nella dichiarazione dei redditi. Ma così, la Flat Tax, assomiglierebbe ad una partita di giro e lo Stato si riprenderebbe con la sinistra ciò che ha dato con la destra. Volendo escludere nuove tasse, che non piacciono né al governo in carica né all’elettore, non resta che incidere sui mille rivoli della spesa pubblica, per verificare dove poter risparmiare i miliardi necessari per la tassa piatta.

E a ben vedere, i soldi tanto agognati ci sarebbero se solo la spesa pubblica fosse razionalizzata ulteriormente, aumentandone la qualità e centralizzando gli acquisti di beni, servizi e lavori. Così dal nuovo Governo si aspetta un semplice decretino (del Presidente del Consiglio) che, pur supportato da una legge dello Stato già in vigore, si è impantanato inspiegabilmente dal 2016.

Nel 2016 viene varato il nuovo Codice degli Appalti. L’idea del legislatore era quella innanzitutto di razionalizzare il sistema delle stazioni appaltanti, dove spesso si annida l’eccesso di spesa, l’incompetenza, l’inadeguatezza del personale e dei mezzi, l’arrendevolezza di fronte ad un potere politico opaco ed incline alla corruzione. Se le stazioni appaltanti da 35mila diventano 35, si può concentrare in esse il massimo risparmio nei costi degli acquisti centralizzati, il massimo della competenza tecnica e giuridica, il meglio delle tecnologie informatiche, il massimo dei controlli di legalità. Che cosa, invece, è accaduto? E’ accaduto che, a 3 anni dal varo del nuovo Codice, il promesso taglio delle stazioni appaltanti ancora non c’è stato. E questo è grave. Perché una stazione appaltante, per quanto piccola e poco qualificata, è anche un “centro di potere”. E il non aver ridotto e qualificato le stazioni appaltanti ha consentito la vittoria del partito della restaurazione, della spesa clientelare, del potere illegale, del peggior potere locale, oltre che dell’incompetenza e dell’inadeguatezza. Tagliare drasticamente il numero delle stazioni appaltanti avrebbe consentito una spesa più qualificata ed una notevole dote di risparmio.

Che fine ha fatto il decreto sulla qualificazione delle stazioni appaltanti? E’ proprio da qui, da questo provvedimento, che il Governo in carica, che sostiene di voler veramente combattere la corruzione con ogni mezzo, dovrebbe cominciare.

Per capire l’entità del risparmio possibile consideriamo gli effetti benefici degli acquisti centralizzati attraverso la Consip. I dati del Ministero dell’Economia ci dicono che gli acquisti tramite Consip costano in media il 15% in meno di quelli spontanei. Se un’amministrazione compra una city car attraverso la Convenzione Consip la paga 7.500 euro, fuori convenzione la paga 9.088 euro. Per elettricità, telefoni e carburanti , attraverso la Consip si può avere un risparmio dal 25 al 40%. Considerato che la spesa pubblica per acquisti di beni e servizi è di 90,7 miliardi, ci rendiamo conto del risparmio possibile accentrando gli acquisti? E se consideriamo che molto maggiore è l’entità della spesa per investimenti e lavori, ecco che viene alla luce il tesoro di risparmi che verrebbe fuori per la copertura economica della Flat Tax se solo si avesse il coraggio finalmente di firmare il decreto del presidente del consiglio che riduce le stazioni appaltanti da 35.000 a 35. Oltre al guadagno in abbattimento della corruzione per la quale l’Italia detiene il triste record europeo

Domenico Crocco

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