Acquisti centralizzati: ecco i soldi che cerca il Governo

Il vicepremier Di Maio bacchetta il Ministro Tria perché non riesce a trovare i soldi per attuare il programma di Governo. Il Ministro Tria fa spallucce perché non vuole appesantire ulteriormente il gravoso debito pubblico per soddisfare i desiderata dei partiti al Governo. Eppure, a ben vedere, i soldi tanto agognati ci sarebbero se solo si razionalizzasse la spesa pubblica, aumentandone la qualità e centralizzando gli acquisti di beni, servizi e lavori. Ma incredibilmente, finora, anche il nuovo Governo non ha ancora partorito un semplice decretino (del Presidente del Consiglio) che, pur supportato da una legge dello Stato già in vigore, si è impantanato inspiegabilmente dal 2016.

Nel 2016 viene varato il nuovo Codice degli Appalti. L’idea del legislatore era quella innanzitutto di razionalizzare il sistema delle stazioni appaltanti, dove spesso si annida l’eccesso di spesa, l’incompetenza, l’inadeguatezza del personale e dei mezzi, l’arrendevolezza di fronte ad un potere politico opaco ed incline alla corruzione. Se le stazioni appaltanti da 35mila diventano 35, si può concentrare in esse il massimo risparmio nei costi degli acquisti centralizzati, il massimo della competenza tecnica e giuridica, il meglio delle tecnologie informatiche, il massimo dei controlli di legalità. Che cosa, invece, è accaduto? E’ accaduto che, a oltre due anni dal varo del nuovo Codice, il promesso taglio delle stazioni appaltanti ancora non c’è stato. E questo è grave. Perché una stazione appaltante, per quanto piccola e poco qualificata, è anche un “centro di potere”. E il non aver ridotto e qualificato le stazioni appaltanti ha consentito la vittoria del partito della restaurazione, della spesa clientelare, del potere illegale, del peggior potere locale, oltre che dell’incompetenza e dell’inadeguatezza. Tagliare drasticamente il numero delle stazioni appaltanti avrebbe consentito una spesa più qualificata ed una notevole dote di risparmio. Ma non è finita. Queste 35 mila stazioni appaltanti in troppi casi inadeguate ed opache, hanno dovuto confrontarsi non con un codice ed un regolamento semplici e sedimentati, ma con un codice nuovo che rinvia ad una miriade di decreti attuativi e linee guida (di cui peraltro molti ancora non varati) a cui una piccola stazione appaltante non riesce a star dietro.

Che fine ha fatto il decreto sulla qualificazione delle stazioni appaltanti? Sembra che questo provvedimento tanto sbandierato sui giornali dai governi precedenti per attestarsi la battaglia della legalità, sia abortito a causa della resistenza del potere locale illegale. Si ha l’impressione che l’immagine di legalità che ha portato alla nomina di un giudice di spessore (Raffaele Cantone) al vertice dell’autorità di regolazione degli appalti, sia stata il velo dietro cui nascondere l’irresistibile volontà di potere locale illegale.

Viceversa, se la legalità e l’efficienza fossero state le preoccupazioni primarie, il primo provvedimento governativo dopo il varo del Codice, nel 2016, sarebbe stato il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri con cui si tagliano e si qualificano le stazioni appaltanti. E’ proprio da qui, da questo provvedimento, che il Governo da poco insediato, che sostiene di voler veramente combattere la corruzione con ogni mezzo, dovrebbe cominciare.

Per capire l’entità del risparmio possibile consideriamo gli effetti benefici degli acquisti centralizzati attraverso la Consip. I dati del Ministero dell’Economia ci dicono che gli acquisti tramite Consip costano in media il 15% in meno di quelli spontanei. Se un’amministrazione compra una city car attraverso la Convenzione Consip la paga 7.500 euro, fuori convenzione la paga 9.088 euro. Per elettricità, telefoni e carburanti , attraverso la Consip si può avere un risparmio dal 25 al 40%. Considerato che la spesa pubblica per acquisti di beni e servizi è di 90,7 miliardi, ci rendiamo conto del risparmio possibile accentrando gli acquisti? E se consideriamo che molto maggiore è l’entità della spesa per investimenti e lavori, ecco che viene alla luce il tesoro di risparmi che verrebbe fuori se solo si avesse il coraggio finalmente di firmare il decreto del presidente del consiglio che riduce le stazioni appaltanti da 35.000 a 35. Oltre al guadagno in abbattimento della corruzione per la quale l’Italia detiene il triste record europeo.

Domenico Crocco

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