Gomorra e l’ora “illegale” del commissario Schiavone

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Al cinema imperversa il film “L’ora legale”, del duo Ficarra e Picone. Vi si narra delle vicende politiche di Pietrammare, un paese della Sicilia. Dove si affrontano lo storico sindaco Patanè, maneggione e garante dell’illegalità diffusa, e il suo sfidante Natoli, professore integerrimo sostenuto da una lista civica. La gente di Pietrammare sceglie finalmente l’alternativa pulita, Natoli. Ma quando l’inflessibile professore comincia a far rispettare le regole, senza guardare in faccia nessuno, neanche i parenti stretti, sale il malcontento di chi sperava che l’integrità di Patanè si fermasse alle promesse elettorali. E la gente, dal posteggiatore abusivo al finto forestale, dall’impiegato comunale corrotto al mazzettaro delle licenze edilizie, trova difficoltà a reinventarsi un’esistenza regolare. Così, il sorprendente messaggio del film è che tutto sommato si stava meglio quando si stava peggio e che il maneggione e corrotto Patanè è infine più efficace del limpido e coerente e incorruttibile Natoli, costretto a gettare la spugna.

A sua volta la Rai, che pur per anni ha meritoriamente trasmesso serie tv sull’eroismo delle varie forze dell’ordine, ha invece mandato in onda, di recente, una fiction su un personaggio letterario di fantasia, il commissario Schiavone. Che inizia la mattina facendosi una canna, “che fa il basista per i rapinatori, commette reati abusando del suo ruolo, organizza traffici di droga e propone prostitute a terzi”. Però è furbo, determinato e risoluto e, tra una parolaccia e l’ennesima sigaretta, risolve argutamente i casi. Lanciando l’inquietante messaggio sottinteso che l’importante è che il poliziotto sia efficiente. Anche se è drogato e corrotto.

Su Sky ha invece dilagato la serie televisiva Gomorra, tratta da un libro di successo di Roberto Saviano, che ha avuto il merito di far conoscere al grande pubblico gli ingranaggi della camorra. Il libro è scritto con straordinario talento narrativo. E racconta i vicoli della camorra dal di dentro, con un ritmo appassionante. Ha, però, una pecca. Sono solo vicoli bui. Dove imperversano kalashnikov, spacciatori di droga, boss spietati e contrabbandieri di morte. Ma non affiora neanche una luce fioca, uno straccio di poliziotto valoroso che fa tremare i boss, uno straccio di prete-coraggio che si oppone ai banditi. Niente. Solo buio. Un buio dove la speranza non si vede e non si sente, sepolta sotto il rumore dei proiettili e dalla arroganza delle voci gutturali.

La serie televisiva ha lo stesso stile narrativo avvincente. Racconta le gesta delinquenziali del clan camorrista Savastano, del diffidente Pietro e del figlio Genny. Con ritmo appassionante si alternano le vicende carcerarie di Pietro (che cerca di rimanere il grande burattinaio della camorra), di Genny (che ne prende il posto dopo un addestramento spietato in Honduras), di Ciro (che tradisce i Savastano per vendersi al clan rivale) e di Salvatore Conte, che dalla Spagna muove verso Napoli per diventarne il nuovo padrone. Non c’è un poliziotto, un giudice ostinato ed eroico, una donna che si oppone al malaffare. Non c’è il pensiero di un familiare di un morto ammazzato, non c’è una vedova che grida giustizia, non c’è la lacrima del bambino che ha perso il padre assassinato e però deve continuare a vivere, non c’è l’occhio profondo e pulito del carabiniere che dà sicurezza. Niente, solo tenebre. Così non deve sorprendere se il meccanismo inconscio che porta comunque il telespettatore ad identificarsi, finisca per scegliere Genny, o Pietro o Salvatore Conte, e quindi ad identificarsi con uno spietato camorrista. E non deve sorprendere che l’attore che interpreta il camorrista più spietato diventi un divo, a cui chiedere interviste, a cui dedicare un libro biografico.

Non basta saper raccontare, che pure è un dono. Occorre ragionare sulle conseguenze di ciò che raccontiamo. E su come lo raccontiamo.

Non si può raccontare solo la luce, perché un mondo senza le tenebre è falso. Ma è falso anche un mondo senza luce. Nella Sicilia di Ficarra e Picone, i giudici Falcone e Borsellino hanno assestato durissimi colpi alla mafia prima di essere uccisi. E la maggioranza dei siciliani, nelle elezioni successive, ha spesso preferito candidati noti come avversari della mafia ai suoi conniventi. Ugualmente a Napoli. E’ vero che la camorra ha un peso devastante e che l’illegalità è diffusa. Ma è anche vero che, per due mandati la gente ha scelto per sindaco, piaccia o non piaccia, un magistrato. Ecco perché rappresentare solo le tenebre non è giusto. E’ pericoloso. E non è vero. Perché rischia di ridurre la scelta esistenziale ad una delle tante sfumature di nero.

Domenico Crocco

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