Alcuni rimedi contro la corruzione

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Il prefetto di Roma, ascoltato dalla commissione parlamentare antimafia, ha avanzato l’ipotesi di un commissariamento degli appalti pubblici di Roma Capitale. C’è infatti il rischio di infiltrazioni criminali nelle aggiudicazioni. C’è la seria possibilità che i soldi pubblici possano continuare a finire, in qualche modo, nelle mani della cupola che si spartiva gli appalti nella Città Eterna.

Quello di Mafia Capitale è l’ennesimo capitolo di una sporca storia che in Italia troppo spesso si ripete. Prima di Tangentopoli la regola delle mazzette in cambio degli appalti era conosciuta da tutti ma non era ancora esplosa nelle aule di giustizia. Con Tangentopoli il marciume venne a galla tutto insieme e si rivelò come il sistema occulto di finanziamento della politica. Ma al fragore dello scandalo non seguirono gli appalti puliti: seguì il blocco dei grandi appalti, il blocco dei grandi lavori favorito da una legislazione non rigenerante ma paralizzante.

Il mercato delle opere pubbliche in Italia si fermò. Basti pensare al divieto normativo di costruire nuove autostrade, che rappresentò un forte passo indietro per un Paese che era stato in questo senso all’avanguardia. Lo sblocco avvenne nel 2001, quando Berlusconi puntò sulle grandi opere, raccontate sulla lavagnetta da Bruno Vespa, per la sua campagna elettorale vincente. Le opere pubbliche effettivamente ripartirono. Ma con esse, ripartirono anche le mazzette. E questa volta non per finanziare i partiti, ma i singoli politici, i singoli dirigenti, i singoli faccendieri e mediatori senza scrupoli.

Al tempo di Berlusconi, l’esplosione del contenzioso e della corruzione negli appalti, portò all’approvazione di un nuovo codice dei contratti pubblici. Una legge moderna, molto puntuale, che aveva l’ambizione di guidare verso la legalità le 36mila stazioni appaltanti sparse per l’Italia. Ma era ed è talmente puntuale e dettagliata, che i furbi si fecero autorizzare a non applicarla.

Esplosero gli appalti in deroga al codice dei contratti. Ed esplose contemporaneamente la corruzione sulle grandi opere, mentre i giornali riferivano le gesta criminose della “cricca degli appalti”, in cui la voracità politica si intrecciava a quella amministrativa.

Ma neanche questo servì a placare la fame di mazzette. Che esplose in coincidenza con ogni grande appalto. L’Expo di Milano. Poi il MOSE, il sistema di dighe mobili di Venezia. Ed ora Roma, Mafia Capitale. Con uno schema sempre uguale. Il politico che trova il sostegno di alcuni gruppi in campagna elettorale per finanziamenti ed assunzioni. Questi gruppi che, una volta eletto, vanno a chiedergli il conto attraverso il pilotaggio degli appalti più succulenti. Alcuni dirigenti compiacenti che scelgono la corruzione per compiacere il politico, perché vogliono far carriera pur non avendo grandi capacità e per arrotondare lo stipendio.

Lo schema che si ripete è sempre lo stesso. Ed ora la domanda che si pone è: come se ne esce? Considerata la diffusione capillare della corruzione, la prima azione necessaria è un recupero di moralità diffusa. Occorre uscire da quella melassa buonista e perdonista che oggi viene spacciata per morale. Le autorità morali, i mass media, la scuola dovrebbero puntare sulla ferma condanna di ogni atteggiamento immorale. Il mancato rilascio di uno scontrino fiscale o di una fattura è solo il primo passo per crimini ancora più gravi, come la corruzione negli appalti pubblici. Poi bisogna affidarsi a persone pulite per guidare le aziende: ANAS e Ferrovie dello Stato, le maggiori stazioni appaltanti d’Italia, da molti anni non vengono sfiorate da casi di corruzione grazie ad una gestione oculata ed attenta. Poi bisogna togliere l’acqua ai pesci politici più ingordi. Mafia Capitale dimostra per l’ennesima volta che le aziende pubbliche locali sono troppo spesso un ricettacolo di clientelismo e mazzette. E’ indicativo che le 43 farmacie di proprietà del comune di Roma siano le uniche farmacie d’Europa in passivo e che le società per i trasporti ed i rifiuti della Capitale siano state travolte dagli scandali. Occorre avere il coraggio di privatizzare le 8mila municipalizzate d’Italia eliminando così 8mila bocconi succulenti per politici voraci.

Ed occorre avere il coraggio di eliminare le 36 mila stazioni appaltanti d’Italia, che troppo spesso si distinguono per incompetenza, connivenze, corruzione. Le nuove direttive europee sugli appalti richiedono sempre più stazioni appaltanti competenti, trasparenti, capaci di negoziare con i privati, in grado di utilizzare perfettamente le nuove tecnologie informatiche. Da 36mila le stazioni appaltanti d’Italia potrebbero agevolmente diventare 36. Concentrando in ognuna il massimo della competenza, il massimo della trasparenza, il massimo dei controlli di legalità. Tutto questo potrebbe avvicinare i politici onesti e disinteressati agli incarichi pubblici. Ed allontanare i politici voraci dalle pubbliche amministrazioni. Perché non troverebbero più da mangiare.

Domenico Crocco

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