Una proposta: il senato delle associazioni

La proposta del  Senato delle Regioni è figlia di un altro contesto, diverso da quello attuale. Un contesto di conflittualità di competenza, di schermaglie costituzionali, di spinta federalistica e  non ancora  di spending review. Non era neanche esploso lo scandalo dei rimborsi dei consiglieri regionali, con il conseguente discredito istituzionale. Ora invece, con il progetto di riforma del titolo quinto della Costituzione, appare all’orizzonte un ridimensionamento delle competenze regionali su molti settori strategici che ritorneranno di competenza esclusiva statale. Con la nuova riforma del titolo quinto, il conflitto costituzionale che ha alimentato una serie di ricorsi sulle competenze dello Stato e delle regioni pare destinato a sciogliersi. E la Conferenza Stato Regioni appare un luogo di confronto più che adeguato per il confronto tra i differenti livelli istituzionali.
La tendenza dominante è quella di trasformare il Senato in una assemblea non elettiva, che non vota la fiducia al Governo e che non duplica le funzioni della Camera dei Deputati. Perché allora il Senato non può trasformarsi in una Camera di ascolto e di confronto, dove trovano voce le numerose associazioni che rappresentano gli interessi dei cittadini ? Perché le lobbies, custodi di un sapere tecnico spesso utilissimo ai deputati, non devono essere udite alla luce del sole, in modo regolamentato, invece di imporsi grazie al rapporto stretto con questo o quel deputato talora anche in modo torbido e poco trasparente? La preventiva e  pubblica audizione dei rappresentanti di categoria in Senato consentirebbe, poi, ai deputati, a tutti i deputati, rispetto ad un provvedimento di settore, di votare con cognizione di causa, dopo aver confrontato la dialettica degli interessi associativi, anche contrastanti tra di loro. L’ascolto in Senato delle associazioni di categoria, di tutte le principali associazioni, su un provvedimento sottoposto al voto della Camera dei Deputati, consentirebbe la rappresentazione dialettica degli interessi in gioco nella realtà sociale, con la massima competenza. Perché non fare posto inoltre anche alle eccellenze professionali che impreziosiscono la società civile e che sono depositarie di successo, di sapere e di esperienza? Una parte dei posti in Senato potrebbe inoltre essere riservato, volta per volta, a quei cittadini che sono stati destinatari delle maggiori onorificenze della Repubblica e che, in quanto tali, sono stati eccellenti nelle loro professioni. Sarebbe un Senato “aperto” alla società, vicino alla gente. Senza politici di professione ma con cittadini veramente interessati, competenti ed eccellenti. Un Senato da ascoltare, prima di votare.

Domenico Crocco

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