Quei luoghi comuni su debito e PIL

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E’ ampiamente diffusa la convinzione che la presente crisi italiana sia dovuta a due fattori interni: il debito pubblico troppo alto e l’inadeguatezza del sistema produttivo. L’dea è talmente radicata da trovare eco perfino in documenti della Comunità Europea:
“Italy has the second debt to GDP ratio in the Euro area, at 127% of GDP in 2012”. Assesment of 2013  of reform and stabilty  programme for Italy. 05.29. 2013.
“Italy’s export performance continues to suffer from an unfavorable product specialization model and the inability of the firms to grow. Italy specialization model is very similar to that of emerging markets, such as China, with most of the value added in low tech traditional sectors, mainly due to  Italian firms’ limited innovation capacity”. In depth review for Italy.  04.10.2013.
Eppure le statistiche raccontano una storia diversa.
In effetti, il debito pubblico italiano è il secondo più alto in Europa in rapporto al PIL ma, come rileva una recente ricerca della Fondazione Edison, questo indicatore si è rivelato del tutto inadatto a valutare la sostenibilità del debito stesso: le recenti esperienze nell’area Euro – i clamorosi fallimenti di paesi all’apparenza tanto più virtuosi di noi – dimostrano che il debito pubblico diventa davvero insostenibile quando supera il 90% della ricchezza finanziaria netta delle famiglie, a prescindere dal PIL. E l’Italia è ancora lontana da questo limite.
Ancor più sbagliata, gratuita, è l’asserzione che il sistema produttivo italiano sia incapace di sostenere la competizione internazionale, visto che l’Italia è seconda solo alla Germania per valore aggiunto manifatturiero ed è uno dei soli cinque paesi del G 20 ad avere un surplus commerciale strutturale con l’estero per quel che riguarda i manufatti (gli altri quattro sono: Cina, Germania, Giappone e Corea).
Ad abundantiam, possiamo citare il Trade Performance Index UNCTAD-WTO secondo il quale l’Italia, in materia di commercio estero, è il secondo paese più competitivo al mondo, subito dopo la solita Germania.
Secondo studi della CGIA, il buon andamento delle esportazioni è reso possibile proprio dalla capacità di innovazione delle imprese italiane e dall’alta qualità delle produzioni, che riescono ad imporsi nel mondo nonostante siano penalizzate dall’elevata quotazione dell’Euro.
L’analisi dettagliata dei flussi commerciali, pure realizzata dalla Fondazione Edison, indica che i risultati migliori vengono ottenuti dalle imprese che fanno parte di distretti industriali, a conferma della validità di questo modello organizzativo tutto italiano.
Al tempo stesso, la semplice lettura delle rilevazioni su produzione e consumi dimostra, al di la di ogni dubbio, che la crisi economica italiana è dovuta alla contrazione dei consumi interni, non del commercio estero.
E allora? Perché tante inesattezze, prese per buone perfino dalla Comunità Europea? A giudizio di chi scrive, queste prese di posizione hanno motivazioni opache.
Qualche indizio lo troviamo nella sopra citata “In depth review for Italy”, laddove afferma che “Italy specialization model is very similar to that of emerging markets, such as China”. Il fatto è che dire: “l’industria italiana è poco innovativa” è più semplice che dire: “l’industria tessile cinese pratica il dumping” (oppure “il Brasile applica tariffe protezionistiche irragionevoli”, gli esempi si sprecano).
Affermazioni del genere dovrebbero essere seguita da: “la Comunità Europea deve prendere provvedimenti”.
Ma questo significherebbe mettersi in urto con la Cina o qualche altro paese emergente, che potrebbe attuare ritorsioni a danno di qualsiasi produzione europea, non necessariamente italiana.
Perché correre il rischio? Molto più comodo lasciare che gli italiani se la cavino da soli. Per ora ci riusciamo, ma è tempo che in Europa qualcosa cambi. D’altra parte, la mancanza di solidarietà, al momento opportuno verrebbe inevitabilmente ripagata con la stessa moneta e, alla fine, tutti i paesi della comunità ne uscirebbero danneggiati.

Roberto Macchioni

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