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Zurigo e Ginevra al top della vivibilità

(Classifica della Mercer HRC su 250 città nel mondo)

La Svizzera, da sempre nell’immaginario collettivo terra di stupendi paesaggi collinari e montani, ritrovo sciistico tra i più quotati del mondo, nonché centro di raccolta di capitali a livello mondiale, per due anni consecutivi si evidenzia nella classifica stilata dalla Mercer Human Resourc Consulting sulla Qualità della vita con le città di Zurigo e Ginevra al primo posto.

L’indagine prevede il monitoraggio sul posto di 250 città sparse in tutto il pianeta.
I parametri di riferimento sono 39, suddivisi per aree tematiche: situazione politica e sociale, condizioni economiche, ambiente socio-culturale, sanità, scuola e istruzione, servizi pubblici e trasporti, tempo libero, beni di consumo, abitazione e clima.
Nella classifica, subito dopo le città elvetiche, troviamo Vancouver e Vienna e a seguire alcuni grandi centri tedeschi.
L’Italia ha molto da migliorare in tema di qualità della vita.
Roma e Milano occupano le stesse posizioni dell’anno precedente: rispettivamente il 62° ed il 51° posto.
Roma ha il voto più basso nel parametro “criminalità”, mentre un dieci lo guadagna per i “rapporti con gli altri Paesi”. Non buona la performance capitolina riguardo al traffico (voto 4), ai trasporti pubblici (6), alla condizione dell’aria (6). Promossa senz’altro nell’offerta socio-culturale, nelle opportunità per il tempo libero, nei servizi telefonici e nell’offerta di beni di consumo.
Nella classifica europea stiamo davanti solo alla Grecia, mentre gli ultimi posti sono occupati dai paesi dell’est entrati da poco nell’UE.
Occorrerebbe prendere spunto dalla indagine condotta dalla Mercer per promuovere politiche in grado di farci avanzare nella classifica riguardo a temi ad alto impatto collettivo come ad esempio la sicurezza. Non possiamo far finta di ignorare che a popolare, ad esempio, la stazione di Roma, peraltro recentemente magistralmente ristrutturata e completa dal punto di vista dell’offerta di servizi e negozi, siano non solo i viaggiatori ma anche un popolo di senza tetto, di spacciatori e di immigrati clandestini. Il “buonismo” italiano lo incontriamo facilmente agli incroci delle strade, soprattutto di grandi metropoli come Roma e Milano dove è facile incappare nei lavavetri, “professionisti” non ancora riconosciuti nel mercato del lavoro, ai margini delle arterie cittadine, dove le ragazze squillo offrono una triste coreografia, oppure alle soglie dei supermercati e delle Chiese dove bambini infreddoliti o accaldati, a seconda della stagione, chiedono l’elemosina…
L’elenco non si fermerebbe qui se pensassimo alla discriminazione nell’offerta qualitativa dei servizi pubblici a seconda dei quartieri di riferimento ( anche se poi le tariffe sono uguali per tutti gli utenti), alle scuole in via di disfacimento, agli ospedali carenti di tutto , con pronti soccorso improponibili.
E’ meglio non continuare con la lista nera. Anche perché ci sono ottime eccezioni, che si possono senz’altro considerare il fiore all’occhiello della buona amministrazione. Un esempio su tutti: Bologna. Ma anche altri piccoli e medi comuni italiani che nulla hanno da invidiare alle città elvetiche, leaders nella classifica Mercer. L’Italia si è detto, per molti decenni si è adagiata sugli allori di una democrazia bloccata, di una classe politica clientelare, che non ha guardato al di là del proprio naso. La rielezione assicurata non ha prodotto che mostri. A farne le spese sono stati i cittadini, e fra questi le categorie più deboli.
Non bisogna scoraggiarsi però, perché se è vero che la strada da fare per salire nella classifica della qualità della vita è ardua, è altrettanto vero che gli italiani hanno lo spirito giusto per farlo. Non dimentichiamoci della lodevole disponibilità italica nell’aiutare qualsiasi popolazione in difficoltà in situazioni di guerra o di calamità naturali con abilità organizzative, internazionalmente riconosciute.

Articolo pubblicato da: [ Cristina Palumbo Crocco ]

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