"Officina
Italia":
la voce della
foresta che cresce Di Domenico Crocco Che
cos'è "Officina Italia" ? Pensiamo all'Italia ed al mondo come ad un grande
giardino. Alcune aiuole sono coltivate in modo eccellente: grazie alla cura
del giardiniere..
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DIBATTITO: le cose da fare.
La liberazione del sapere Dario Antiseri
I fondamenti
teorici della libertà di insegnamento sono il principio di
sussidiarietà e il principio della competizione. Il
principio di sussidiarietà costituisce, nei confronti dello
statalismo, la più solida difesa della libertà e
responsabilità degli individui e delle famiglie e insieme
dell'autonomia dei corpi intermedi. È nella Quadragesimo
Anno (1931) di Pio XI che troviamo - al paragrafo 80 - una
formulazione esplicita di quel «principio importantissimo»
della vita sociale che è il grande principio liberale di
sussidiarietà.
Siffatto principio è stato successivamente ripreso e
riconsiderato in encicliche papali e altri documenti
ufficiali; e si è configurato come un cardine del pensiero
sociale della Chiesa cattolica. Principio di sussidiarietà è
esattamente il titolo del paragrafo 48 della Pacem in Terris
(1963) di Giovanni XXIII, il quale ne estende il valore alla
comunità internazionale. Del 1991 è la grande Enciclica
Centesimus Annus di Giovanni Paolo II. Nel paragrafo 15 (b)
si afferma che lo Stato deve intervenire secondo il
principio di sussidiarietà e di solidarietà. Secondo il
principio di solidarietà «ponendo a difesa del più debole
alcuni limiti dell'autonomia delle parti, che decidono le
condizioni di lavoro, e assicurando in ogni caso un minimo
vitale al lavoratore disoccupato». Secondo il principio di
sussidiarietà, stando alla quale «una società di ordine
superiore non deve interferire nella vita interna di una
società di ordine inferiore, privandola delle sue
competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di
necessità e aiutarla a coordinare la sua azione con quella
delle altre componenti sociali, in vista del bene comune».
Ed è esattamente in base a questo principio che lo Stato
deve salvaguardare - e dove necessario aiutare - le
iniziative della comunità intermedia - e tra queste
iniziative, nevralgica, è la scuola libera. Il soffocamento
e l'annientamento dei corpi intermedi è il sogno di ogni
totalitario.
Interconnesso con il principio di sussidiarietà è il
principio di competizione. Come, tra altri, ha insegnato
Karl Popper, la scienza avanza attraverso la più scarsa
competizione tra idee; progredisce da problemi a problemi
sempre più profondi sulla strada delle congetture e delle
confutazioni. D'altra parte, il metodo scientifico trova
nelle regole della democrazia il suo analogo nella vita
sociale. Anche la democrazia è una competizione tra progetti
politici, tra proposte di soluzione di problemi. E la libera
economia è competizione di merci e servizi sul mercato. È il
principio della competizione, dunque, a costituire l'anima
della scienza, della democrazia e dell'economia di mercato.
La competizione è la più alta forma di collaborazione.
Competizione da cum-petere che significa: cercare insieme,
in modo agonistico, la soluzione migliore. La questione è
quindi come introdurre la logica di mercato nel sistema
scolastico, fermo restando che ci sono due vincoli da
rispettare: l'obbligatorietà e la gratuità dell'istruzione.
Sulle ragioni di tali vincoli, è bene seguire ciò che ha
scritto Milton Friedman, premio Nobel per l'economia (1976):
«È impossibile una società stabile e democratica senza un
certo grado di alfabetismo e di conoscenza da parte della
maggioranza dei cittadini e senza una diffusa accettazione
di alcuni complessi comuni di valori. L'istruzione può
contribuire a entrambi questi aspetti. Di conseguenza, il
guadagno che un bambino ricava dall'istruzione non va a
vantaggio dello stesso bambino o dei suoi genitori, ma anche
a vantaggio degli altri membri della società. L'istruzione
di mio figlio contribuisce anche al vostro benessere,
concorrendo a promuovere una società stabile e democratica.
Non è possibile identificare quali siano i singoli (o le
famiglie) che ne beneficiano e, quindi, addossare a essi gli
oneri specifici per i servizi resi. Ci troviamo [...] di
fronte a un importante caso di "effetto indotto"». Dunque: è
possibile, pur nel rispetto di tali vincoli, articolare un
sistema scolastico su basi competitive? Seguiamo ancora
Milton Friedman: «I governi potrebbero imporre un livello
minimo di scolarità e assicurarne il funzionamento,
concedendo ai genitori dei titoli di credito rimborsabili
per una determinata somma massima annua per ciascun figlio
qualora fosse spesa per servizi scolastici "approvati". I
genitori in tal caso sarebbero liberi di spendere questa
somma, e ogni somma addizionale di tasca propria, per
l'acquisto di servizi scolastici di un istituto di loro
scelta, ma "approvato" dalla pubblica autorità. I servizi
scolastici potrebbero in tal modo essere forniti da imprese
private gestite a fini di profitto o da istituzioni senza
scopo di lucro. Il ruolo del governo, in tal caso, sarebbe
soltanto quello di assicurare che le scuole soddisfino certi
requisiti minimi, come ad esempio l'inclusione nei loro
programmi di un contenuto comune minimo, allo stesso modo,
per esempio, in cui ora il governo provvede alla
sorveglianza sui ristoranti, per garantire che essi
rispettino gli standard sanitari minimi fissati
dall'autorità».
Dello stesso avviso è Friedrich A. von Hayek, anch'egli
premio Nobel per l'economia (1974): «Si potrebbe benissimo
provvedere alle spese per l'istruzione generale, attingendo
alla borsa pubblica, senza che debba essere lo Stato a
mantenere le scuole, dando ai genitori dei buoni che coprano
le spese dell'istruzione di ciascun ragazzo, buoni da
consegnare alla scuola di loro scelta». È bene rendere
chiari i motivi per i quali il «buono-scuola» è in grado di
offrire un'adeguata risposta al problema relativo a come
introdurre la logica di mercato nel sistema scolastico. Una
volta che la famiglia riceve il «buono-scuola», non
negoziabile e spendibile esclusivamente presso un istituto
di istruzione, lo Stato non deve finanziare più le proprie
scuole. Se queste rimangono in vita, ciò sarà dovuto alla
capacità di «catturare» una sufficiente domanda sul mercato.
Accade quindi che ci sia libertà di scelta da parte delle
famiglie (il cittadino è pertanto sovrano), e accade che dal
lato dell'offerta ci sia una pluralità di proposte formative
in competizione; il che impone ai responsabili di ciascun
istituto di istruzione di svolgere una funzione
imprenditoriale, di cercare di anticipare il tipo di domande
che sarà avanzata dalle famiglie. Anche nel sistema
scolastico, viene in tal modo istituzionalizzato un
«procedimento di scoperta», che permette di avere libertà di
scelta e di poter conseguire un continuo miglioramento delle
prestazioni fornite e quell'economia di costi che ogni
sistema competitivo realizza rispetto a situazioni di
monopolio.
Il credito di imposta e il sistema delle convenzioni L'obiettivo della introduzione di linee di competizione
nel sistema scolastico è comunque raggiungibile anche
attraverso un altro strumento: il credito d'imposta. In
questo caso, le famiglie non verrebbero finanziate tramite
il buono da spendere presso una istituzione scolastica
«autorizzata» ma attraverso un minor pagamento del saldo
d'imposta dovuto annualmente. Si può cioè stabilire che il
contribuente, nel momento di versare il «conguaglio» annuale
al Fisco, possa trattenere, per ogni figlio rientrante
nell'età scolare obbligatoria, un determinato ammontare. Ci
sarà ovviamente il problema di coloro i quali non devono
versare alcun saldo e di coloro il cui «conguaglio» sia
inferiore al costo dell'iscrizione scolastica. In tali
circostanze, la pubblica amministrazione dovrebbe provvedere
a un immediato rimborso di imposte già pagate o a un
apposito finanziamento. Come si vede, il credito d'imposta
presenta alcune difficoltà a cui il sistema del buono-scuola
non va incontro. Esso potrebbe tuttavia costituire un
apprezzabile ponte verso la successiva adozione del «buono»,
perché al pari di questo rende sovrani i cittadini e rende
necessaria l'articolazione competitiva dell'offerta.
La proposta che da più parti è stata avanzata per il
finanziamento della scuola non statale è il sistema della
convenzione. La convenzione è, in sostanza, una sovvenzione
che lo Stato o altro ente pubblico concede a scuole non
statali. Ebbene, esistono ragioni più che forti per
rifiutare senza esitazione alcuna tale «assistenza». La
convenzione mette tutte le scuole libere, sin dal primo
momento, nelle mani dello Stato o della Regione, cioè alla
mercé dei partiti e dei burocrati. La convenzione statalizza
le ultime scuole libere. E dà vita non a un sistema
concorrenziale, ma a un sistema spartitorio e collusivo. La
convenzione crea clientes; dispensa elemosine. Ma noi
reclamiamo diritti. Dice un proverbio carico di esperienza:
chi paga compra. Lo sapevano bene gli antichi romani:
Beneficium accipere libertatem est vendere. La convenzione
va respinta, proprio perché elimina la competizione.
La soluzione del buono-scuola È forse tempo di farla finita con l'idea che è buono
tutto e solo ciò che è pubblico; che è pubblico solo ciò che
è statale; che è statale tutto quello che può essere preda
dei partiti. E dobbiamo chiederci: svolge un migliore
servizio pubblico una scuola statale inefficiente oppure una
scuola non statale ben funzionante, meno costosa, più
efficiente? È «più pubblica» una scuola non statale
efficiente ovvero una scuola statale improduttiva e
sciupona? La proposta del buono-scuola è la proposta di una
giusta terapia per le malattie della scuola italiana. È una
buona idea, una soluzione ragionevole di un problema
urgente. Se un idraulico ripara una fogna che si è rotta, la
riparazione è di destra o di sinistra? Già negli anni
Settanta Christopher Jenks - noto personaggio di sinistra -
progettò la prima esperienza del sistema di buono-scuola.
L'idea di buono-scuola è poi stata ripresa da D. Osborne e
T. Gabler, ispiratori ambedue della politica di Bill Clinton.
In Francia il buono-scuola è stato difeso da A. Madelin, il
quale è stato ministro della pubblica istruzione. Nel 1973
Jacques Delors, allora Presidente della Commission
internationale sur l'éducation pour le XXI siècle dell'Unesco,
propose il buono-scuola, convinto che «soltanto un simile
sistema di finanziamento è in armonia con i provvedimenti
tesi ad accrescere l'efficacia della scuola nella lotta
contro l'ineguaglianza delle opportunità (chances)». In
Italia, Antonio Martino, da oltre vent'anni ha insistito, in
più d'un saggio, sull'idea di buono-scuola. E ora da più di
un anno esiste un movimento, «Scuola libera», promosso anche
dalla Fondazione liberal, che lavora attivamente per questo
obiettivo.
Il buono-scuola è una realtà nello Stato di Washington. È
stato sperimentato nel distretto di Alum Rock (California),
nello Stato del Minnesota (dove, nel 1990, il sistema del
buono era stato già adottato dal 10% degli alunni), a Porto
Rico, in Nuova Zelanda, in Australia, a Cleveland (Ohio), a
Milwaukee (Wisconsin), e in Svezia. Qui, in Svezia, fu il
governo conservatore che nel 1990 introdusse il
buono-scuola. Nel 1994 i conservatori hanno perso le
elezioni; ma i socialisti, andati al potere, hanno lasciato
in vigore la legge sul buono-scuola. Questa legge accredita
a chi sceglie la scuola non statale l'85% del costo medio di
un alunno delle scuole del Regno, con evidenti risparmi per
il pubblico erario. Nel 1994, in Svezia, la scuola non
statale era arrivata al 5%. Il governo socialista si aspetta
che nel giro di 10-15 anni questa cifra si stabilizzi
attorno al 10%. Il buono-scuola può venir speso presso
qualsiasi scuola (e ordine di studi): statale e non statale,
religiosa o laica, con scopi di lucro o senza scopi di
lucro, con qualunque tipo di forma societaria legalmente
registrata (cooperativa, società per azioni, società di un
gruppo di famiglie che vivono in villaggi sperduti e che non
vogliono mandare i figli in scuole lontane, ecc.). Gli esiti
dell'introduzione del buono-scuola nel sistema scolastico
svedese sono apparsi chiari a tutti: si è avuta una
riduzione della dispersione scolastica e questo anche per la
ragione che le scuole - per non rischiare di scomparire -
sono stimolate a dare risposte personalizzate alle esigenze
degli alunni e, comunque, a elevare la qualità del prodotto.
Dai paesi ex-comunisti alla Spagna Da qualche mese il sistema del buono-scuola è una realtà
anche in Polonia. E vale qui ancora una volta ricordare che
la libertà di insegnamento è stata stabilita, senza
possibilità di equivoci, nelle Costituzioni dei Paesi che
sono usciti dalla morsa del comunismo: dall'Ungheria alla
Croazia, dalla Bulgaria alla Russia. Nel corso del Convegno
sui modi di finanziamento dell'istruzione in Europa
(organizzato a Parigi dall'Oidel nel 1997), Maria Dolores
Garcia Broch, già assistente del Sindaco di Valenza
(Spagna), ha portato la seguente testimonianza.
«(...) Io credo, non solo perché ho studiato la questione ma
anche per l'esperienza che ne è stata fatta a Valenza, dove
vivo, che la formula che si avvicina di più all'ideale di
uguaglianza delle opportunità, è il buono-scuola, poiché il
finanziamento non è indirizzato direttamente alla scuola, ma
all'allievo, cioè al titolare del diritto di educazione e di
istruzione. «Non è per caso che Valenza sia stata la prima
delle città di Spagna, e praticamente d'Europa, a mettere in
pratica il sistema del buono-scuola ; a Valenza, il vento
delle libertà e del rispetto dell'educazione soffia da
secoli e noi l'abbiamo ereditato. Già nel XV secolo, il duca
di Calabria, viceré del Regno di Valenza, istituì una scuola
gratuita per educare i suoi servitori (...) Con il
buono-scuola è stato dimostrato che i figli delle famiglie
meno abbienti potevano scegliere scuole prestigiose.
L'emulazione si è accresciuta tra i centri di istruzione a
beneficio della qualità. Sottolineo anche una canalizzazione
delle spese e un vantaggio al cittadino. Da parte mia non ho
rilevato in questa esperienza nessun aspetto negativo,
fintantoché si rispetta la filosofia del buono-scuola , che
consiste nell'assicurare la gratuità a tutti gli studenti,
senza intermediari. Il buono-scuola può essere applicato a
tutti i livelli della formazione, anche se la cecità e la
paura dei politici frena il movimento. Il buono-scuola
costituisce un'economia per lo Stato e per i contribuenti e
contribuisce all'istituzione di buone scuole private nei
quartieri sfavoriti. Da allora, esso ha migliorato la
qualità dell'istruzione sia nelle scuole pubbliche che in
quelle private».
La legittimità delle scuole a orientamento confessionale Tempo addietro qualcuno si è dichiarato contrario al
sistema del buono-scuola giacché esso porterebbe alla
formazione di scuole a orientamento confessionale e, quindi,
alla «balcanizzazione» della società. È la logica che qui fa
difetto: un non sequitur è palese. La verità è proprio
all'opposto: la balcanizzazione della società si è avuta
proprio là dove non c'è stata libertà, dove è stato
estirpato il pluralismo delle istituzioni, negata la libertà
di insegnamento. In ogni caso, ecco l'obiezione:
l'introduzione del buono-scuola verrebbe a ingrossare la
divisione, a stabilire fossati, per esempio, tra laici e
cattolici e, in un prossimo futuro, magari tra laici,
cattolici, musulmani, ecc., in quanto i laici
finanzierebbero, con il loro buono-scuola, scuole laiche, i
cattolici scuole cattoliche, i musulmani scuole islamiche, e
così via. E qui c'è subito da chiedersi: e che male c'è se,
in un sistema scolastico integrato, si avessero scuole
«neutre», scuole cattoliche, scuole israelitiche, scuole
musulmane? E perché mai, per esempio, cittadini di fede
ebraica non dovrebbero avere il diritto di istituire -
qualora lo desiderassero - scuole con forte presenza
culturale della tradizione e della storia ebraica? E ciò
vale, ovviamente, per altri gruppi portatori di altre
visioni filosofiche o religiose della vita. Perché centinaia
di migliaia di musulmani, sradicati dai loro Paesi di
origine, non dovrebbero avere scuole proprie, dove non
perdere la loro lingua e la loro letteratura, e in cui
approfondire la loro storia e la loro visione del mondo? Le
crociate, viste da storici musulmani, non costituirebbero un
arricchimento anche per noi?
Scuole confessionali diverse non sono minacce allo Stato di
diritto; esse piuttosto soddisfano esigenze fondamentali e
legittime; si preoccupano delle diversità; e le diversità
(di visione del mondo, di valori scelti, di proposte
politiche, di modi di vita) sono l'essenza della società
aperta. La negazione delle diversità è pericolosa per la
società, e non la loro aperta, leale e tollerante o, meglio,
rispettosa affermazione. Il soffocamento delle diversità -
come sottolineato dal cardinale Lustiger - è la prima causa
della loro violenta esplosione. Nella società aperta, in un
effettivo Stato di diritto, non esistono ragioni per
proibire scuole a orientamento confessionale, a patto che
queste si inseriscano nel quadro dei valori della società
aperta (tolleranza, antirazzismo, solidarietà, ecc.) e
abbraccino le regole dello Stato di diritto. La società
aperta è chiusa soltanto agli intolleranti. All'interno di
uno Stato di diritto non esiste nessun argomento in grado di
proibire scuole a orientamento confessionale. Tale negazione
equivarrebbe alla negazione dello stesso Stato di diritto,
poiché significherebbe negare la legittimità di quello che è
forse il più importante di quei corpi intermedi attraverso i
quali la libera iniziativa degli individui istituisce e
arricchisce la «società civile». In Germania, accanto alle
scuole «neutre», esistono scuole «protestanti» e scuole
«cattoliche». In Olanda sono state di recente istituite
scuole «induiste»; e c'erano già scuole «musulmane». Forse
che la Germania e l'Olanda - e il Belgio e l'Inghilterra -
sono Paesi meno democratici dell'Italia? E poi: solo le
scuole statali sarebbero scuole in cui si insegna la
tolleranza e la democrazia? Forse che le scuole cattoliche o
il liceo israelitico di Roma sono stati covi di
indottrinamento antidemocratico? I laicisti dovrebbero
essere più attenti e meno dogmatici e meno acritici nei loro
pronunciamenti e nelle loro scomuniche.
Gli statalisti, veri distruttori della scuola di Stato Quanti intendono introdurre linee di competizione
all'interno del sistema scolastico italiano non vogliono
affatto distruggere la scuola di Stato o negarne i meriti.
Sono gli statalisti che ogni giorno di più tolgono ossigeno
alla scuola statale: la malattia grave della scuola italiana
si chiama statalismo con i nefasti effetti del burocratismo,
della selezione occulta, dell'improduttività,
dell'irresponsabilità accarezzata da chi sta in alto e da
chi sta in basso. Gli statalisti, resi ciechi da un
malinteso senso di uguaglianza, predicano scuole uguali per
tutti. Questa, però, è solo una rovinosa illusione. La
realtà è che nessuna scuola sarà mai uguale all'altra: un
preside più attento, insegnanti più preparati, un
amministrazione più efficiente bastano a fare la differenza.
Nessuna scuola è o sarà mai uguale all'altra; ma tutte le
scuole, quelle statali e quelle non statali, possono
migliorare sotto lo stimolo della competizione. Una scuola
statale seria non ha nulla da temere dall'introduzione del
buono-scuola. Anzi, dalla concorrenza essa avrà tutto da
guadagnare. Temono la concorrenza le scuole poco serie -
statali e non statali -, e tutti coloro che preferiscono
vivere e operare al riparo di nicchie ecologiche protette,
atterriti alla sola idea di dover competere con colleghi
magari più preparati e istituzioni più efficienti. La scuola
di Stato è un grande patrimonio - un patrimonio che va
protetto dagli statalisti, salvato dal monopolio statale
dell'istruzione.
Si è detto e si ripete sino al fastidio che non poche
famiglie, in regime di buono-scuola, non sarebbero in grado
di scegliere la scuola giusta per i propri figli. A parte il
fatto che simile presa di posizione è, prima di tutto,
offensiva - è chiaro che essa costituisce un autentico
affronto alla democrazia: elettori a diciotto anni, tanti
italiani - uomini e donne - sarebbero, ancora più avanti
negli anni, incapaci di scegliere la scuola migliore per i
propri figli. Ma c'è di più, perché l'idea che molte
famiglie sarebbero incapaci di scegliere la scuola giusta
per i propri figli è un'idea falsa, fattualmente falsa nella
generalità dei casi: anche nei Paesi più sperduti della
nostra Penisola, la mamma meno colta e il padre più
distratto sanno qual è la maestra più brava, più
disponibile, più attenta; e sanno quali sono i docenti più
validi della locale scuola media.
Di nuovo, lo statalista: la scuola deve essere tutta in mano
allo Stato, perché essa è un settore strategico. Replica: ma
proprio perché è un settore strategico che nel sistema
scolastico va innescata la competizione. Nessun settore è
più strategico di quello del pane. Ebbene, forse che per
questo dobbiamo scendere in piazza a favore dell'istituzione
dei forni di Stato? E non è vero che abbiamo il buon pane
proprio perché i forni sono in competizione, perché se un
forno ci servisse male, potremmo rivolgerci a un altro
forno?
Altra obiezione, questa volta da parte di un noto giurista
italiano: la scuola deve rimanere saldamente e totalmente
nelle mani dello Stato a motivo del fatto che è soltanto la
scuola pubblica in grado di garantire la formazione del
cittadino. Ed ecco la replica di Angelo M. Petroni: «La tesi
è semplicemente falsa sul piano descrittivo (qualcuno può
pensare che il cittadino inglese formato a Eton è peggiore
del cittadino italiano formato nel migliore liceo statale
italiano?). Ma evidentemente è ancora più inaccettabile sul
piano dei valori liberali. Dietro di essa vi è l'eterna idea
dello Stato etico, di uno Stato che ha il diritto di formare
le menti dei propri cittadini/sudditi, sottraendo i giovani
alle comunità naturali e volontarie, prime tra le quali
quella della famiglia».
Le accuse non si fermano qui. Non di rado si ripete che le
scuole private - e segnatamente quelle cattoliche -
sarebbero «luoghi di indottrinamento», a differenza delle
scuole pubbliche viste come centri di costruzione di menti
critiche. È chiaro che siamo di fronte a una accusa generica
e genericamente infamante. Insegnanti critici si trovano in
scuole statali e in scuole non statali; così come
guarnigioni di insegnanti dogmatici si trovano in scuole
statali e non statali. Solo che dagli insegnanti dogmatici
delle scuole statali, le famiglie, che non hanno la
possibilità di mandare i propri figli in altre scuole, non
possono facilmente difendersi. È banalmente falso, inoltre,
affermare che il buono-scuola favorirebbe i ricchi, le
scuole dei ricchi. La verità è, piuttosto, un'altra: oggi il
povero è costretto a frequentare una scuola pubblica, magari
non buona, semplicemente perché la sua famiglia non ha i
mezzi per pagare la retta presso una scuola privata; e,
sempre oggi, il ricco può sfuggire ai danni di una scuola
pubblica che non funziona, scegliendo una scuola privata in
Italia o all'estero. Il buono-scuola è una carta di
liberazione per il povero: il povero potrà pagare con il suo
buono-scuola la scuola che oggi è solo del ricco.
In conclusione: chi difende l'introduzione della
competizione all'interno del sistema scolastico italiano non
difende e non disprezza le scuole «dei preti» come non
difende e non disprezza le scuole non statali laiche o le
scuole statali. Chi difende la competizione difende
semplicemente una regola che costituisce la più alta forma
di collaborazione. E soltanto la competizione all'interno
del nostro sistema scolastico potrà porre la nostra scuola
in competizione con i sistemi scolastici degli altri Paesi
dell'Unione europea.
articolo apparso su Fondazione liberal (n° 2
settembre-novembre 2000)
Cara nuova Europa Di Cristina Palumbo Crocco [continua..]
ITALIA
Protezione civile: l’eccellenza
italiana Di Gennaro De Vivo
[continua..] Italia ottava
al mondo per qualità della vita Di Rosa Maria Rubino
[continua..]
ECOLOGIA
Termovalorizzatori: una risposta
all’inquinamento Di A. Spe. [continua]
LAVORO
Centro Italia: Piccole e medie
imprese ma leader internazionali
Di Gian Gherardo Calini [continua]
AUTOSTRADE DEL MARE
Cabotaggio in Italia:
Le autostrade del mare Di Aldo Pier Federici [continua..]
REGIONI
Informatica: Alla Sardegna il
primato Di Maria Tepedino
[continua..]
[continua..]
Lombardia in
testa nell'attrazione degli
investimenti
[continua..]
Basilicata: prima, nella spesa dei
fondi europei Di Vito Tito
[continua..]
COMUNI
Soveria Mannelli: il comune più
informatizzato d'Italia. Di Stefano Grandinetti
[continua..]
INFORMATICA
E.Learning: L'istruzione del
futuro Di Antonio De Gaetano
[continua..]